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Ali, la vita tra romanzo e realtà. I libri per sapere tutto

David Remnick

Il re del mondo. La vera storia di Cassius Clay, alias Muhammad Ali
Feltrinelli (2014)

È uno dei libro più belli scritti su o “con” Muhammad Ali. David Remnick, direttore del settimanale New Yorker, può essere considerato oggi il più grande ritrattista contemporaneo. Ha scritto di moltissimi dei grandi del Novecento e degli anni Duemila. Questo libro è stato scritto nel 1999 e parte da un immagine che il mondo non potrà dimenticare: Muhammad Ali che percorre con la torcia olimpica in mano l'ultimo chilometro, prima di dare avvio alla cerimonia inaugurale dei giochi di Atlanta del 1996. È l'immagine di un uomo minato nel corpo, che non riesce a celare i segni della malattia, ma che generosamente si espone per celebrare l'ideale più alto dello sport.
È probabilmente la pietra miliare della vita di Ali, indipendentemente dai successi e dalle battaglie socio-politiche, o meglio: oltre i successi e le battaglie socio-politiche. Perché in quel giorno del 1996, l’America si è riconciliata definitivamente con quello che è stato uno dei suoi 5 uomini più importanti del Secolo. E da lì Remnick prende le mosse per tracciare non solo il profilo di un pugile e di un uomo, ma anche delle grandi speranze degli anni Sessanta, attraverso le figure chiave dell'epoca.

Norman Mailer

La Sfida
Einaudi (2010)

Con Muhammad Ali il pugilato è diventato un'arte. Arte della parola, assenza di gravità, balletto e poesia. In questo libro, uno dei piú celebri reportage narrativi mai scritti, Mailer racconta il match più famoso della storia del pugilato. Lo scontro tra due uomini, Ali e Foreman, e due modi di concepire la boxe, la vita, la politica. Nel 1974 il grande Muhammad Ali, alias Cassius Clay, incontrò sul ring di Kinshasa, nello Zaire, il campione dei pesi massimi George Foreman. Quest'ultimo si serviva del silenzio, della tranquillità e della devastante presenza fisica per intimorire gli avversari. E non era mai stato sconfitto prima. Muhammad Ali tentava di riprendere il filo di una carriera in declino, e di riconquistare per la seconda volta la corona dei massimi, investendo nell'impresa tutta la sua intelligenza, il gusto della provocazione, il talento. Due uomini, due grandi campioni e due personalità opposte ma entrambe straordinarie. La sfida descrive la preparazione, il clima, la tensione delle settimane che precedettero l'evento, l'allenamento, il comportamento dei due rivali e, infine, l'indimenticabile match, reinventando ancora una volta il mito della boxe ma dando ampio spazio anche alle tensioni tra Ali, sostenitore del Black Power e dei musulmani neri, già amico personale di Malcolm X, e Foreman, poco propenso a fare della questione razziale una priorità o una ragione di vita. Il libro è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1975.

Muhammad Ali e Richard Durham

Muhammad Ali. Il più grande: la mia storia
Mondadori (1976 - ried. 2016)

E’ la prima autobiografia di Ali, uscita per la prima volta nel 1975. Il pugile, all'apice della sua carriera, racconta di sé con orgoglio e sfacciata schiettezza. «Io sono il più grande» è il suo motto. Ma è un grande che parla a cuore aperto e che non esita ad ammettere: «Ogni volta che metto piede sul ring, lo stomaco mi si chiude dalla strizza», e svela cosa prova quando il pugno dell'avversario giunge a segno, scaraventandolo «nella stanza del dormiveglia». È il lato privato dell'uomo pubblico che questo straordinario memoir ci restituisce: il ragazzo nero che si è aperto faticosamente una strada in una città del Sud ostile e razzista; i suoi anni sul ring, con i suoi incubi, le sue tragedie, e qualche prospettiva di agiatezza per chi accetta di conformarsi alle sue durissime leggi; le dolorose immagini delle vittime, di quelli che non sono mai arrivati al vertice e trascinano la loro esistenza tra gli scampoli di un passato favoloso e le miserie di un presente che li vede menomati nel fisico e nell'intelligenza; il costo terribile di un mestiere che non ammette distrazioni o rilassamenti; l'ebbrezza delle vittorie, quando ci si sente padroni del mondo, e la tragedia delle sconfitte, quando ci si trova improvvisamente soli dopo essere passati per un calvario di sofferenze e di terrore. In queste pagine emerge l'affermazione della dignità dell'uomo, conquistata nel sacrificio e nello sforzo e caparbiamente difesa anche quando tutto suggerirebbe comodi compromessi. Una vita straordinaria, raccontata da Ali in prima.

Thomas Hauser

Muhammad Ali. Impossibile è niente
Piemme (2016)

E’ un’altra autobiografia, scritta in età matura, dopo il ritiro, dopo la scoperta del Parkinson. Ali non racconta più in presa diretta, gli eventi che lo riguardano, ma si affida alla penna di un biografo che lo racconta a ritroso: nelle quasi 600 pagine la vita di Ali viene ricostruita dall’infanzia, fino all’apice della carriera e vengono anche ripercorse tutte le tappe fondamentali che hanno reso Ali non soltanto uno sportivo, ma un personaggio completo e complesso, uno in grado di influenzare la società americana e mondiale. È il 1992, quando questo libro viene pubblicato: fedele alla sua massima - chi a 50 anni vede il mondo come a 20 ha sprecato 30 anni di vita - Ali da campione irruente e spaccone si è fatto un uomo saggio, ascoltato dai grandi della Terra, promotore di pace e solidarietà. Dopo il ritiro, ha continuato a usare la sua fama e persino la sua malattia, il Parkinson, per combattere le disuguaglianze. Ha partecipato a missioni umanitarie in Afghanistan e nella Cuba sotto embargo, è stato uno dei primi a visitare Nelson Mandela dopo la liberazione, ha ottenuto da Saddam Hussein il rilascio di 15 ostaggi poco prima della guerra del Golfo.

Nancy J. Hajeski

Ali. Il libro ufficiale
Ultra (2014)

È l’autobiografia più fotografica. È l’ultima. Ali, il libro ufficiale, i cui diritti di vendita hanno finanziato e continuano a finanziare The Muhammad Ali Parkinson Center. È un viaggio nella storia di The Greatest: frasi celebri, aneddoti e soprattutto foto che testimoniano come per Muhammad Alì la boxe, di cui è stato fuoriclasse assoluto, sia paradossalmente stata solo una delle innumerevoli sfaccettature. Il volume è una miniera di testimonianze dirette e frasi celebri che tracciano il profilo di Ali. La storia di un uomo che si fa icona. Il libro è ricco anche di frasi e ricordi dei suoi avversari. Una è di Archie Moore, che ricorda un Alì spaccone: "A dire il vero il ragazzo avrebbe bisogno di una sculacciata, ma non ho idea di chi potrebbe dargliela". Un'altra è di Brian London, che nell'agosto del 1966 lanciò l'assalto al titolo mondiale, ma fu travolto da un ko alla terza ripresa: "Mi piacerebbe una rivincita, ma solo se Alì si mettesse un peso di 50 libbre a ogni caviglia".
Se nelle altre biografie emerge molto, oltre al pugile, l’Ali “politico”, qui viene fuori anche la sua parte più scanzonata e per glamour dell’uomo che riceve regali da Elvis Presley (di cui indossa una vestaglia) o presenzia ad avvenimenti di beneficenza con Jacqueline Kennedy-Onassis. Ma anche l'Ali padre, che corre dietro alla carrozzine delle figlie e trasforma i pugni in velluto quando dà il biberon alla figlioletta.

Gianni Minà

Il mio Ali
Rizzoli (2013)

Gianni Minà è il giornalista italiano che più di tutti è stato vicino a Muhammad Ali. In questo libro ne racconta la storia straordinaria attraverso gli articoli scritti su di lui, dal 5 marzo 1971 (alla vigilia del primo degli epici match tra Ali e Joe Frazier) fino ai giorni nostri. Una sorta di diario di viaggio in presa diretta, scandito dai pezzi dettati a braccio nella notte, da Los Angeles a Kinshasa, dall’appassionato cronista che all’epoca seguiva l’avventura umana e sportiva di Cassius Clay per il Tg2 della Rai e che da allora non ha mai smesso di testimoniarne le imprese, inclusa l’ultima e più insidiosa delle sue battaglie, quella contro il Parkinson. Il libro è denso di aneddoti, di curiosità, di considerazioni personali e di dialoghi. Minà racconta le visite di Ali in Italia e in Vaticano e moltissime altre curiosità inedite. Ne emerge il ritratto senza tempo di un eroe contemporaneo, di uno sportivo unico per il suo modo di essere mai soltanto uno sportivo. Come dice il risvolto del volume: la grande biografia sportiva e umana di un campione affascinante e complesso, vero interprete del nostro tempo.

Andrea Bacci

Muhammad Ali. Storia di una rivoluzione
Ultra 2013

È un libro molto interessante. Una biografia a distanza: l’autore, a differenza di tutti gli altri che hanno scritto biografie su Ali, non ha conosciuto direttamente il protagonista. È dunque una biografia ritratto, in cui l’opinione dell’autore è fondamentale ed è sostanzialmente la chiave del libro. Dunque c’è la ricostruzione storica: la vicenda umana di un ragazzino nero cresciuto nell’America razzista del secondo dopoguerra che si inventa campione di boxe, affinando le grandi risorse fisiche naturali e aggiungendoci l’invenzione di un personaggio vero e proprio, esuberante, sopra le righe, capace di provocare l’antipatia se non l’odio in chi lo vede e lo ascolta. Specie dopo che la conversione all’Islam, l’adesione alla setta dei «Musulmani Neri» e l’amicizia fraterna – poi tradita – con Malcolm X avranno segnato una svolta definitiva nella sua vita. Ma questo libro non racconta solo la lunga storia dei suoi incontri, delle sue incredibili e talvolta discusse vittorie, delle vicissitudini cercate e subite – come il suo tornare a essere campione del mondo dopo un’ingiusta e prolungata squalifica per aver detto «no» all’esercito americano e all’assurda guerra del Vietnam – ma anche la ricerca, quasi ossessiva, di quel percorso che fu la sua personale «rivoluzione», di quella leggenda, sportiva e non, che gli aleggia incontro.

Muhammad Ali feat. George Lois

Ali Rap. Muhammad Ali the first heavyweight champion of rap
Taschen (2006)

Questo libro contiene più di 300 ritmi rap, battute, insulti, frasi politicamente scorrette, posizioni coraggiose ed esagerate, parole ispirate. Appartengono tutte a Cassius Clay-Muhammad Ali. È un libro molto diverso, il tentativo di raccontare la storia di Ali narcisistico auto-promotore a “padre spirituale”. Soprattutto è il tentativo, riuscito, di dimostrare come l’anima rap, la sua voglia di provocare e di denunciare al tempo stesso, di raccontare le cose che accadono, del perché accadono e del come accadono con forza, energia e a volte anche con violenza verbale, sia di fatto figlia di Ali e della sua battaglia per i diritti civili. Insomma dal libro emerge Ali come l’inventore del rap. Ma emerge anche un vero supereroe della storia americana e l'ambasciatore globale del coraggio. Il libro è di fatto un libro in prima persona, una autobiografia diversa, fatta di frasi veloci, di citazioni, di slogan tutti interpretati visualmente dal grafico George Lois.

Muhammad Ali

Muhammad Ali Unfiltered Rare, Iconic, and Officially Authorized Photos of the Greatest
Simon & Schuster (2016)

È l’autobiografia fotografica postuma. Uscita a ottobre 2016 è l’album fotografico ufficialmente autorizzato: Muhammad Ali non filtrato, sia quello pubblico, sia quello intimo. Oltre 200 immagini, condite con citazioni e omaggi. Come hanno scritto gli editori: “Milioni di parole sono state dette su Muhammad Ali, almeno la metà delle quali dette da Ali stesso. Arrivato sulla scena mondiale attraverso la boxe, ha trasceso lo sport con i suoi piedi veloci, con i suoi pugni veloci, e con una bocca ancora più veloce. Non contento di essere idolatrato come una celebrità, si trasformò in qualcos’altro, per incontrare il mondo com'era, cercando di renderlo un posto migliore per tutti”. Il grande valore aggiunto del libro è la prefazione di Lonnie Ali, la vedova di Muhammad.

Joyce Carol Oates

Sulla boxe
66TH A2ND (2015)

Il libro è una raccolta di saggi, scritti nell’arco di vent’anni – quattro dei quali pubblicati per la prima volta in Italia –, che ripercorrono la storia della boxe dai giochi gladiatori dell’antica Roma al pugilato a mani nude praticato in Inghilterra fin dal Diciottesimo secolo; dai combattimenti tra schiavi nell’America della Secessione alle sfide tra i fuoriclasse entrati ormai nella leggenda come Muhammad Ali, Mike Tyson, Jack Dempsey, Jack Johnson e Joe Louis. Joyce Carol Oates tratta con sensibilità e rispetto il mondo della boxe, che ha imparato a conoscere fin da bambina assecondando la passione del padre. È un libro epico e filosofico, in cui la boxe emerge nella sua nobilità troppo spesso messa in discussione. Il racconto su Ali è il cuore del libro, considerato un capolavoro di delicatezza e profondità.

Muhammad Ali

Goat. Greatest of all time: a tribute to Muhammad Ali,
Taschen (2006)

Più che un libro è un oggetto da collezione. Tiratura limitata, un prezzo incredibile (4.000 euro), è un libro-tributo. Un racconto fotografico e testuale con oltre tremila immagini, interviste inedite, racconti esclusivi, saggi. Ali ne emerge chiaramente come uno degli individui più riconoscibili e di maggior ispirazione del pianeta, un'icona non solo come atleta, ma anche come leader popolare: un sostenitore appassionato della giustizia sociale, della pace e della libertà religiosa. Con il libro c’è “Radial Champs”, una serigrafia dell’artista Jeff Koons. La confezione del volume è realizzata in seta che riproduce una delle foto più iconiche della storia di Ali, scattata nel 1966 da Neil Leifer, durante l’incontro Ali vs Williams.

Musica

Massimo Oldani (voce storica del Soul, R&B, funk e black music di Radio Capital) ha ospitato Federico Buffa
per una puntata speciale del suo programma “The Vibe”, dedicata a Muhammad Ali.
Oldani ha curato la playlist di #SkyBuffaRacconta. Qui trovate i 22 brani selezionati
per raccontare in musica la straordinaria storia di “The Greatest”.

CARICA ALTRI BRANI
I dieci film che hanno raccontato il mito
Ali the Fighter di William Greaves, 1975 - Documentario

È il primo documentario sulla storia umana e professionale di Muhammad Ali. Si concentra sulla preparazione e sugli sviluppi dell’incontro con il campione del mondo Joe Frazier. Con interessanti dietro le quinte dell'incontro (allenamenti e conferenze stampa comprese), oltre che con una dettagliata cronaca di quanto avvenuto sul ring. C’è una lunga parte biografica sugli anni della gioventù di Cassius Clay passati a Louisville.

L’uomo che ha dato coscienza agli atleti

S’è letto e scritto e sentito tante volte che Muhammad Ali non è stato soltanto uno sportivo. Non c’è niente di più vero, come non c’è niente di più vero del fatto che le due cose insieme, ovvero essere un grande sportivo ed essere qualcosa oltre un atleta, lo pone come una pietra miliare nella storia dello sport. Significa che dopo il suo passaggio, lo sport è cambiato: Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino nel 1936, con le sue quattro medaglie d’oro, resta un esempio unico di come la forza dello sport sia un messaggio universale, ma quella di Owens fu una “battaglia” silenziosa. Ali l’ha combattuta parlando e parlando è stato l’uomo che ha dato una coscienza allo sport. E agli sportivi. Dopo la morte di Ali, Tommie Smith, il velocista afroamericano autore del gesto più ribelle della storia dello sport (il pugno con il guanto nero alzato sul podio di Città del Messico 1968), ha rivelato di aver scritto una lettera ad Ali: “Caro Muhammad, quando mi trovavo sul podio di Città del Messico nel 1968, tu eri con me. Quando correvo per l’oro, il vento era il tuo spirito…”.

Nessuno come Ali ha fatto capire agli sportivi, e soprattutto agli sportivi neri, che potevano dire la loro, dovevano dire la loro. È come se esistesse uno sport prima di lui e uno dopo. In quello dopo ci sono l’omosessualità dichiarata dei tennisti come Arthur Ashe e Martina Navratilova, così come la battaglia condotta dalle ragazze del calcio americano per la parità salariale con gli uomini, fino ad arrivare alla nuova ondata di proteste capeggiata dal quarterback dei San Francisco 49ers, Colin Kaepernick: giocatori di football, giocatori di basket e altri atleti che si sono inginocchiati durante l’inno americano suonato nel pre partita come critica al Paese in cui “si opprimono i neri e le altre minoranze etniche”.

Giuste o sbagliate che vengano considerate queste prese di posizione non sarebbero state possibili senza l’insegnamento di Ali. Un’eredità infinita e riconosciuta universalmente. Come ha detto recentemente LeBron James: “Ogni atleta professionista, senza distinzione di razza e di genere, ha un enorme debito di gratitudine verso Muhammad Ali”.

Dopo la morte di Ali, Tommie Smith, il velocista afroamericano autore del gesto più ribelle della storia dello sport (il pugno con il guanto nero alzato sul podio di Città del Messico 1968 insieme al compagno John Carlos), ha rivelato di avergli scritto una lettera: “Caro Muhammad, quando mi trovavo sul podio di Città del Messico nel 1968, tu eri con me. Quando correvo per l’oro, il vento era il tuo spirito…”. Ecco, quel gesto non sarebbe esistito se non ci fosse stato l’esempio di Ali.

Nessuno come Ali ha fatto capire agli sportivi, e soprattutto agli sportivi neri, che potevano dire la loro, dovevano dire la loro. È come se esistessero uno sport prima di lui e uno dopo. In quello dopo ci sono, per esempio, le battaglie di Arthur Ashe: nel 1969, dietro l’insegnamento di Ali, Ashe diventò il primo tennista a parlare di discriminazioni razziali nel tennis. Accadde quando gli fu impedito dal governo di Johannesburg di giocare gli Open in Sudafrica. Ashe denunciò l'Apartheid arrivando a chiedere l'espulsione della federazione sudafricana dal circuito tennistico professionale e portò il caso di fronte alla Nazioni Unite.

Ma il messaggio di Ali nello sport non è stato soltanto un insegnamento per gli atleti afroamericani. Secondo gli storici dello sport non ci sarebbero state l’omosessualità dichiarata Martina Navratilova, così come la battaglia condotta dalle ragazze del calcio americano per la parità salariale con gli uomini, così come l’epica affermazione della tennista Billie Jean King che ottenne la possibilità di giocare una partita contro Bobby Riggs. Accadde nel 1973 a Houston (Texas) in un match di esibizione passato alla storia come “la battaglia dei sessi”. Per la cronaca Billie Jean King vinse.

In epoca più recente, c’è chi ha paragonato anche il caso Bosman ad Ali: le analogie qui sono soprattutto nel ricorso alla giustizia ordinaria per avere giustizia sportiva. Totalmente ispirata a “The Greatest”, invece, è la nuova ondata di proteste capeggiata dal quarterback dei San Francisco 49ers, Colin Kaepernick: giocatori di football, giocatori di basket e altri atleti che si sono inginocchiati durante l’inno americano suonato nel pre partita come critica al Paese in cui “si opprimono i neri e le altre minoranze etniche”. Giuste o sbagliate che vengano considerate queste prese di posizione non sarebbero state possibili senza l’insegnamento di Ali. Un’eredità infinita e riconosciuta universalmente. Come ha detto recentemente LeBron James: “Ogni atleta professionista, senza distinzione di razza e di genere, ha un enorme debito di gratitudine verso Muhammad Ali”.

Com’è cambiata l’America (e il mondo) con Ali

“Muhammad Ali è stato l'America. Muhammad Ali sarà sempre l'America. Ha ispirato un bambino con un nome strano. E gli ha fatto credere che poteva diventare qualunque cosa, anche presidente degli Stati Uniti”. Quel bambino era Barack Obama e questa frase l’ha detta lui, il 44° presidente americano il giorno della morte di The Greatest.
È del tutto probabile che senza Ali, la sua battaglia, i suoi insegnamenti, il suo modo di essere e di vivere, un nero alla Casa Bianca non ci sarebbe arrivato. Perché non c’è mai stato nella storia dello sport, un atleta che abbia influenzato la politica – e quindi di riflesso la società – come lui.

Da protagonista assoluto del Novecento, Ali ha conosciuto – incrociando la loro vita e la loro carriera – tutti i presidenti americani da John Fitzgerald Kennedy in poi. Era ancora vivo Jfk quando, il 2 giugno 1962, Cassius Clay ricevette una telefonata da un certo Sam Saxon, consigliere spirituale dei Musulmani Neri: lo invitava a Detroit per un raduno da cui avrebbe avuto origine la sua trasformazione da Cassius Clay a Muhammad Ali. Lì Cassius incontrò il leader politico e attivista sociale che gli cambiò la vita: Malcolm X, leader della Nazione dell’Islam. La conversione arrivò nel 1964 e con essa la definitiva trasformazione di Ali in uno sportivo-politico, il primo di sempre.

Conobbe personalmente Martin Luther King, con il quale condivideva, partendo da basi diverse, molte cose. Celebre la frase che Ali rivolse a King: “Sono al tuo fianco nella tua lotta per la libertà, la giustizia e l'uguaglianza. Non posso stare zitto mentre la mia gente, quelli con cui sono cresciuto, i miei familiari, vengono picchiati, calpestati e presi a calci nelle strade solo perché vogliono libertà, giustizia e uguaglianza". A cementare i rapporti fu la condivisione della presa di posizione contro la guerra in Vietnam. Della loro conoscenza esistono poche testimonianze video o fotografiche. Dagli archivi di MLK è spuntato, qualche tempo fa, un telegramma che Muhammad gli scrisse quando il reverendo King era in carcere.

Ma nella sua battaglia per i diritti civili, Ali fu anche ispiratore delle Black Panthers. Il primissimo embrione del movimento era così suggestionato dal carisma e dalla forza di quel boxeur da utilizzarne addirittura lo slogan. Quando comparve per la prima volta, il loro simbolo era una silhouette nera di una pantera con la scritta “We are the Greatest”, riprendendo il primo slogan celebre di Ali (“I Am the greatest”). Il legame è continuato nel tempo e quando le BP diventarono il principale movimento di protesta contro la discriminazione degli afroamericani stilarono un manifesto. Il primo punto era la restituzione a Muhammad Ali del titolo mondiale del quale era stato privato per aver disertato.

Come detto, Ali ha incrociato la sua vita e le sue battaglie con la politica di molti presidenti americani. Convocato alla Casa Bianca come rappresentante delle istanze degli afroamericani, oppure addirittura usato per una diplomazia parallela, come ha scritto il sito Politico subito dopo la sua morte. Jimmy Carter, nel 1980, lo invitò a Washington per usare la sua influenza sul palcoscenico mondiale per convincere molti Paesi occidentali ad aderire al boicottaggio americano delle Olimpiadi di Mosca.

Durante la sua battaglia contro la Guerra in Vietnam fu invitato a confrontarsi sia con Lyndon Johnson sia con Richard Nixon. Amico e sostenitore di tutti gli attivisti per i diritti civili, nel 1984 si schierò con il revedendo Jesse Jackson che cercava la nomination democratica. Sconfitto Jackson sostenne a sorpresa il repubblicano Ronald Reagan. Successivamente, George Bush Senior gli chiese di fare da mediatore con Saddam Hussein per cercare di evitare la prima Guerra del Golfo. Inviato in Iraq ottenne la liberazione di un gruppo di ostaggi del regime di Saddam.

Il presidente con cui ha avuto più rapporti è stato Bill Clinton. Ali è stato più volte ospite alla Casa Bianca durante gli otto anni di amministrazione dell’ex governatore dell’Arkansas, diventando amico del presidente e della First Lady, Hillary. Nel giorno della morte, Clinton ha scritto: “Ciao amico mio. Sei stato grande in tanti modi”. Lo stesso ex presidente, che nel 2001 gli conferì la Medaglia presidenziale per i cittadini (la seconda più alta carica destinata ai civili dopo la Medaglia presidenziale della libertà) ha tenuto l’elogio il giorno del funerale del campione: “Ha sempre agito per quello in cui credeva. Convinto che né la sua razza né la sua fede avrebbero potuto impedirgli di decidere la sua storia”.

Tra i leader mondiali (non americani) del Novecento, il rapporto più stretto lo ha avuto con Nelson Mandela. Diversi incontri, una relazione continua interrotta solo dalla morte del leader dell’Africa National Congress. Il giorno del funerale di Mandela Ali scrisse: “Pochi uomini nella storia dell’umanità hanno avuto un maggiore impatto su una nazione e sono stati una tale fonte d’ispirazione per il mondo intero”.

La rilevanza politica di Ali si è traslata sulla società: l’influenza delle sue battaglie ha spinto la comunità afroamericana non solo a rivendicare diritti civili, ma a migliorare anche le condizioni di vita. Per quanto il cammino non sia ancora terminato, a cavallo tra gli anni Sessanta e i primi anni Duemila, i neri americani hanno visto raddoppiare le loro retribuzioni medie, ridurre i tassi di criminalità interni alla comunità, aumentare esponenzialmente il livello di istruzione (oggi il 9,5 per cento degli afroamericani è laureato).

Le immagini che hanno fatto il Mito

Queste fotografie sono state esposte dal 6 ottobre al 22 novembre scorso nella mostra “Muhammad Ali_impossible is nothing”, che si è tenuta a Firenze nello spazio Snaphotograph (www.snaphotograph.com). A selezionarle il curatore Luca Simonetti. Alcune provengono da collezioni private, altre da case d'asta e gallerie d'arte con sede tra Londra e New York. Ritraggono Muhammad Ali durante i due decenni della sua carriera sportiva. Alcune sono foto che hanno contribuito alla creazione del mito di Ali scattate da grandi fotografi, altre sono inedite. La mostra è stata un successo di pubblico e di critica.

Guarda la Photogallery della puntata.

Martedì 17 gennaio - Muhammad Ali Day

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